
Dopo i magic moments, lei guarda i bagagli e allibita mi fa: quanto hai pagato per questa camionata di roba?? Io: niente. Lei: Impossibile! Io: Possibile, possibile… (ghigno). Lei ridendo perplessa, lascia perdere. Usciti dall’aeroporto ci attendeva un bel bus per Sannomiya, il centro di Kobe. Durante il viaggio le sensazioni di sempre, lei allegra, serena, si scherza. Tutto intorno è diverso, ovunque palazzi, fabbriche, un porto senza fine, ponti, tralicci ovunque. Catapultato in un ambiente iperurbanizzato che strideva con la mia realtà d’origine e il mondo dove sono cresciuto, fatti di paesini, campagna, alberi e case basse e talora distanti tra loro. A Sannomiya dopo una breve scarpinata andiamo ai treni e noto subito i gate di entrata, niente sbarre, tutti hanno il biglietto. Solo ieri ho avuto la faccia da culo di chiedere ad Aki come fanno a capire se uno passa senza biglietto se non ci soo sbarre. A quanto pare ci sono delle fotocellule e ti fanno passare però poi ti inchiappettano con calma e col sorriso. In effetti per certe cose le sbarre sono inutili orpelli, meglio la sana umiliazione di venirti ad acchiappare davanti a tutti. Geniale, eh? Probabilmente così facendo nessuno si sogna di fare figure di merda e dunque comprano tutti il biglietto. Confesso cmq che se non avessi avuto una spiegazione così esauriente un passaggetto aggratisse l’avrei fatto. Eheheh Ok, mi è andata bene. :D
Prima impressione dei treni locali: sono una sorta di tram, però pulitissimi seppur non nuovi. Ieri sera tornando mi ha colpito un vetro di una porta intermedia, sembrava non esserci da quanto era pulito e questo dopo una giornata di via vai di gente. Più che senso civico mi sembra il tripudio alla precisione nel rispetto della cosa pubblica. Paro paro l’Italia…
In compenso ho avuto la conferma definitiva che i giapponesi sono un popolo di morti di sonno: dormono ovunque, in piedi, seduti, con la testa penzoloni in avanti, dove gli pare. Hanno l’interruttore on/off. Al che vedendo qualche poveretto in posizioni improponibili rischiare cervicali e strappi, ieri impietosito ho lasciato il mio modulo personale nella cassetta dei consigli per migliorare i servizi. Ho proposto l’inserimento di opportuni “cuscini da treno per morti di sonno”, magari facendoli penzolare accanto agli anelli per reggersi, oppure creando concilianti cassettine con morbido coscino da prelevare all’occorrenza (cioè sempre). Spero mi ascoltino, sarebbe un successo clamoroso. Tuttavia mi sono chiesto come mai, prima che arrivasse il messia (ovvero me medesimo) a proporre la svolta epocale, i medesimi non si portino già adesso i cuscini da casa… Misteri insoluti…
Ma chiudiamo la parentesi treni e torniamo alla cronaca dei fatti. Uscendo pian piano da Kobe inizia la periferia, sconfinata, enorme, case ovunque, molte belle con caratteristici tetti in mattoni neri e fronti a timpano asiatiche. La cosa che più salta all’occhio è che rispetto ai nostri paesaggi urbani qui ci sono tralicci per elettricità e telefono praticamente ovunque, in mezzo alle case, agli incroci, in qualsiasi posto. Probabilmente perché con i terremoti che hanno mettere cavi sottoterra e vederseli strappare causerebbe rosari di bestemmie per le successive riparazioni, e anche perché in aria ho notato che i fili li tengono abbastanza “mosci” magari proprio per lasciargli gioco in caso di movimenti. Sono mie ipotesi ma penso siano i veri motivi di queste soluzioni alquanto discutibili. Si esce dalla periferia ma di fatto non c’è campagna, ancora case, se c’è un piano ci sono case o aziende. Solo nei valloni o nelle pareti scosese rimangono bambù e altra vegetazione dai colori ormai autunnali.
Un’ora di treno e siamo arrivati alla fermata di Oomura, dove ho affittato l’appartamentino.
Qualcuno chiedeva foto, ne metto due al volo:
[CONTINUA]
Eravamo rimasti all’aereo MD-11 verso Osaka. Partenza tranquilla da una Helsinki innevata e notturna nonostante fosse pomeriggio e le uniche cose interessanti erano la coperta, le cuffie per ascoltare musica tra i 20 canali disponibili per tutti i gusti e una hostess nipponica assolutamente pregevole e che botta di culo ha voluto avrebbe servito la mia fila. Buona consolazione per i due rincoglioniti che mi erano capitati accanto. Ad ogni modo tiro avanti l’orologio di 8 ore per sistemarmi col fuso e vedo che è mezzanotte in giappone e così tra la stanchezza tra la cena servita quasi subito e la musica classica in cuffia mi addormento quasi subito. Mi sveglio dopo 5 ore buone e tutti dormono, luci basse e un film nipponico che dopo una mezzoretta mi è risultato di una oscenità clamorosa, mai visto qualocsa di più stucchevole. Tiè, segnatevi il titolo e se volete farvi del male è perfetto: Tenshi no Tamago (Angel’s Egg o L’uovo dell’Angelo). Come direbbero a Roma: teribbile. Ad ogni modo non riprendo più sonno ma in compenso dal finestrino riesco a godermi un cielo stellato clamoroso con la costellazione d Orione e quella del Cane Maggiore che sembravano uscire da un cielo nerissimo, una Sirio abbagliante e in basso, al limite dell’orizzonte un’altra stella che dalla Sicilia non avevo mai visto, Canopo dell’Eridano. Sublime. Poco dopo, tra un tè della solita hostess e qualche sinfonia inizia l’alba che da lassù, a quasi 13.000 metri, con una fittissima coltre di nubi sotto, è apparsa con colori tenui prima e accesissimi poco dopo. In quell’istante i monitor tecnici, mostrati anche ai passeggeri indicavano che ci trovavamo sulle montagne di Ulan Bator. Poche ore e avremmo terminato la traversata dell’Asia. L’arrivo tuttavia non è stato tranquillo perché al risveglio dei più, tra i tre passeggeri nipponici dei sedili proprio posteriori al mio c’è trambusto. Sento voci allarmate: “Daijoubu? Daijoubu??”. Mi giro per vedere che succede e praticamente una ragazza era collassata e il fidanzato e un’altra passeggera erano parecchio agitati. Via con le hostess che accorrono, bombola di ossigeno e procedure di soccorso varie. Un assistente va dai piloti e si procede più spediti verso la meta. Ad ogni modo, dopo un po’ la poveretta si è ripresa ma la cosa è stata anche parecchio angosciante. Nel contempo cominciavo a rompermi i coglioni anch’io ma inalmente siamo in Giappone. Quasi le 10 del mattino, aeroporto dalla vista squalliduccia ma creato sul mare su una piattaforma artificiale unita alla terraferma da un ponte lunghissimo che ha dell’incredibile. Cioè noi per quattro puttanate in Italia ci scanniamo, qua fanno la qualsiasi senza problemi. Già da subito ho la sensazione che sono davvero dall’altra parte del mondo. Si scende e vado al check out, presentazione di un moduletto in cui tra le altre cose mi era chiesto anche il motivo della permanenza (ho scritto turismo e amore) e un gentile agente, mi da il benvenuto. Vado a ritirare il bagaglio che arriva puntualissimo e rapidamente e mi preparo alla battaglia della dogana. Pensavo che tra regali e cose varie sarebbero stati cazzi. Oltretutto gli stranieri eravamo pochissimi, quindi aggirare l’ostacolo era impossibile. Scelgo la via della diplomazia e della gentilezza esagerata. Scelta vincente. Arrivo lì, punto il più giovane e allegro e mentre agli altri facevano aprire tutto, consegno l’altra scheda. Lui legge amore e allegro mi fa qualche domanda in inglese, rispondo in giapponese, chiede se è la prima volta, dico sì. Si illumina. Chiacchierata, poi mi fa: cosa hai nel valigione e in tutto sto macello di valigetta, zaino, marsupi, bottiglie, cappotto ecc ecc? Io penso: porco zio, ora mi si incula uguale. Io candidamente con la faccia da paraculo più esagerata che potevo gli faccio: vestiti, il pc, e beh… qualche regalino per il mio tesoooroo e la famigghia. E’ per fare una buona figura… Lui sempre più allegro mi chiede se ho una foto, zacchete, tiè la foto: “Belli, bravi, auguri!”. Sticazzi penso io. Lui: “Può andare, auguri ancora!”. E vai, cazzo! Esco a cento allora temendo che mi chiamasse un altro della dogana e via, si apre la porta e lei ad attendermi. Bello, lei carinissima nei suoi soliti vestitini da bambolina, abbraccio da film, ebbene sì, è stato un bel momento, parecchio intenso.
